Lettera (d)a una professoressa

Conversazione quasi epistolare fra Anna Maria Reda, neo ex-insegnante dopo 38 anni di onorato servizio, e Giancarlo Sciascia, curatore di Fabbricare fiducia al tempo di Covid19 e oltre (Rubbettino, 2020), fra gli ospiti della edizione 2021 del Festival Gutenberg.

 

L’ennesimo goal che il Progetto Gutenberg 18 (ormai maggiorenne) ci ha permesso di segnare è stato l’incontro con Giancarlo Sciascia, manager culturale che da un osservatorio privilegiato, la Farm Cultural Park, è riuscito a leggere e a interpretare la realtà più prossima attraverso una visione multifocale: quella dei numerosi contributi raccolti in “Fabbricare fiducia al tempo del Covid19”, un testo che ci ha permesso di “vedere attraverso, pensare la prospettiva” del dopo pandemia.
E quando i ragazzi lo hanno incontrato, seppure virtualmente, si è aperto uno scenario che neanche noi avevamo immaginato: la sintonia e la curiosità reciproca di due generazioni vicinissime, anche se non contigue, che si sono confrontate in un dialogo fatto di tanti interrogativi ma anche di altrettante possibilità.
Le emozioni, le incertezze e i dubbi che hanno popolato menti e cuori durante il lungo lockdown si sono allentati quando gli sguardi dei ragazzi, anche se filtrati dallo schermo del PC, si sono incrociati con il sorriso rassicurante di Giancarlo.
Questo testo ci ha accompagnato nei difficili mesi di forzato isolamento, nelle troppe giornate di DAD, di silenzi nelle strade e nei luoghi, come la Scuola, dove la nostra vita si svolgeva abitualmente. Esso ci ha fornito numerosi spunti di riflessione e di analisi: “cosa e come potrebbe e dovrebbe diventare l’Italia e il mondo dopo questa drammatica pandemia?”
Cosa resta oggi di quei silenzi e di quelle domande talvolta inespresse? Arduo rispondere, sebbene da ciascuna delle “Pillole di fiducia”, come vengono chiamati i contributi dei vari co-autori, emerge la necessità anzi l’obbligo morale di “Fabbricare fiducia”.
Homo Faber: è da qui che Giancarlo e la ricca miniera di spunti ci spingono a partire per comprendere che nessuna novità, nessun passo in avanti sarà mai fatto se non ci si rimbocca le maniche e si ricomincia a FARE.
Ma ora vorrei passare idealmente la parola ai ragazzi che sono intervenuti durante l’incontro, proponendo una sintesi delle loro riflessioni:


Anna: la sognatrice realista


Noi giovani siamo chiamati a superare la “sindrome del principe Carlo” perché ci ritroviamo ad aspettare che ci venga data l’approvazione da parte degli adulti senza che ci sia stata data la possibilità di esprimere un nostro parere o una nostra opinione: dobbiamo pretendere di avere uno spazio in cui i nostri bisogni, il nostro punto di vista, le nostre prospettive possano avere spazio per creare il futuro che ci appartiene.
Pierpaolo: il costruttore di futuro


Ispirare fiducia è la base della costruzione di un futuro più vicino alle nostre necessità: si deve, infatti, superare l’ansia e l’oppressione che troppo spesso i media tendono a esaltare.
Riccardo: il filosofo del bello


L’arte, la cultura e tutte le esperienze artistiche evidenziano la loro grande rilevanza sociale soprattutto in momenti come questi. La cultura può essere considerata come prevenzione perché regala apertura mentale ma anche spinta verso l’innovazione: attraverso queste “infiltrazioni culturali” la società può migliorare.
Tommaso: l’ideologo delle relazioni di qualità


La solitudine e l’isolamento di questi lunghi mesi hanno dato spazio a riflessioni sulla “normalità”, sul suo reale valore e sulla banalità delle sue definizioni prima della pandemia. Abbiamo riscoperto il valore di una serata con la famiglia, la fortuna di avere un cortile, la voglia di risentire chi si era perduto.
Cambiamento e responsabilità sono due concetti chiave: il primo ci deve portare a considerare le abitudini della quarantena come eredità da conservare per una convivenza più pacifica e inclusiva; il secondo ci deve indurre ad agire in prima persona con consapevolezza, coscienza e collaborazione.
Antonio: il sognatore romantico


Il dolore e la difficoltà possono paradossalmente fungere da collante: ”una nazione è grande quando è capace di molto amore” (citazione del contributo di Lucy Fenech per Fabbricare fiducia), alimentando così il senso di “comunità”.
Francesco: il sociologo rampante


La comunità è la base delle relazioni: “nessuno si salva da solo”. Proprio nei momenti di maggiore fragilità ci si rende conto del bisogno di uscire da una visione egoistica della vita e delle relazioni per ragionare esclusivamente in termini di Comunità. Siamo collegati inevitabilmente con l’altro, anche quello della cui esistenza non avevamo consapevolezza:” Siamo parte di un disegno più grande” in cui ogni nostra azione è determinante non solo per noi ma anche per gli altri, per tutta la Comunità.
“Fare” interdipendenza, riattivare la responsabilità individuale e collettiva, ridurre il digital divide, riattivare l’empatia, riappropriarsi delle relazioni di qualità e della leggerezza, della pazienza, del bisogno di riscatto, di cultura, di bellezza, di una terra a maggese in cui l’antropocentrismo dia spazio a una nuova visione del mondo: nella ricchezza del meno e non del più.
Questo è il nostro messaggio per il dopo pandemia.
Grazie Giancarlo.

Cara Anna Maria
Mi hanno colpito molto le parole delle ragazze e dei ragazzi durante la nostra conversazione “in presenza schermata” e adesso, a distanza di qualche mese, il loro richiamo “ancor m’offende”.
Cos’altro posso aggiungere alla tua sintesi, così completa, e alle loro parole, così dense?
Ho trovato estremamente interessante il lavoro che avete svolto “in classe”, seppure da remoto.
Proverò a concentrare ora la mia attenzione su un paio di aspetti che sono in relazione col libro che ho curato e la natura della comunità di affinità elettive da cui il progetto editoriale è emerso come fenomeno di intelligenza collettiva, una piccola sfida vinta insieme.
Il primo punto riguarda la sottolineatura dell’obbligo morale di “Fabbricare fiducia”.
Confesso che, durante l’elaborazione del testo, non ho avuto modo di approfondire questo aspetto con ciascuno dei “fabbricanti fiducia” ma ciò che ho realizzato rispondendo in prima persona e osservando le risposte di tutti gli altri pari coinvolti da Andrea Bartoli, è stato il senso di risveglio che l’operazione ha configurato.
In altri termini, da un giorno all’altro siamo stati privati della possibilità di incontrarci e co-progettare abitando i luoghi della costruzione di comunità dell’innovazione sociale. Con questa iniziativa, un po’ come nella scena madre del film L’attimo fuggente, abbiamo risposto “Capitano, mio capitano!” e siamo saliti sul nostro banco per ricollegarci a noi stessi e agli altri, affermando semplicemente il nostro orizzonte di valori di sempre.

 

Non so se parlare di obbligo morale renda l’idea. Ciò che è avvenuto è stato un atto di volontà personale e collettiva per non sospendere insieme alle abitudini (limitate dalle disposizioni di salute pubblica) il proprio spirito di appartenenza, la propria ragione più profonda e radicata.

È impossibile limitarsi a vivere, mangiare e bere, senza dare un senso alla propria vita. Scrivere, leggere, ascoltare e ascoltarsi, restare uniti, è stato un percorso spontaneo per i membri della comunità di Farm Cultural Park. Il libro non è stato altro che una manifestazione concreta sebbene parziale di un mondo fitto di relazioni e proiezioni in trasformazione sotto la lente deformante dell’adattamento al tempo pandemico.
Il secondo aspetto consiste nella mancanza dei nostri corpi e della comunicazione non verbale come fattore di spegnimento del desiderio, della pulsione, della motivazione intrinseca che spinge a partecipare, contribuire al cambiamento che vogliamo che si realizzi nel mondo.
Proprio in questi giorni, sto leggendo un libricino di Erich Fromm, “I cosiddetti sani: la patologia della normalità” (A. Mondadori, 1997), che attraversa vent’anni cruciali del Novecento dello scorso secolo: dai primi anni Cinquanta fino alla metà degli anni Settanta. Un periodo storico di crescente egemonia culturale degli USA, attraversato dalle spinte dell’industrializzazione di massa trainata dalla ricostruzione post-guerra.

La tesi centrale del libro è riassunta in questo brano: “Dall’analisi dei sistemi produttivi contemporanei e dei processi di adattamento psichico messi in atto dall’uomo per corrispondere alle esigenze dell’economia del proprio tempo, si evince che all’individuo vengono richiesti atteggiamenti e disposizioni psichiche (tratti caratteriali sociali) che ne compromettono la salute psichica. Ciò che si dimostra utile per il funzionamento del sistema economico si rivela dannoso per la salute psichica dell’individuo. Ciò che nella nostra società determina il successo del singolo è, a ben vedere, in contrasto con la sua salute psichica. È dunque legittimo il sospetto che nella normalità trovi espressione un processo patologico.”
Lo studioso si poneva allora delle domande per certi versi ancora valide e utili per suggerire delle chiavi interpretative dei fatti di attualità così ricchi di contraddizioni, se pensiamo alle decine di migliaia di morti evitati grazie ai vaccini che tuttavia vengono aspramente contestati da tanti dissidenti e sedicenti disobbedienti civili in nome della libertà, senza mettere a fuoco che durante una pandemia la priorità della salute pubblica è per ovvie ragioni destinata a prevalere nella gerarchia fra diritti costituzionalmente garantiti.


Tornando a Fromm, i suoi quesiti erano i seguenti: “Quali effetti producono sull’uomo il nostro stile di vita e la nostra organizzazione sociale e politica? In che modo questi due fattori influenzano la nostra salute psichica? In che misura questi due fattori contribuiscono alle malattie psichiche? Quali conseguenze e quali possibilità di migliorare gli aspetti positivi ed eliminare quelli negativi si ricavano da un’analisi accurata della questione?”
Interrogativi simili, traslati nei giorni, mesi e anni che vanno da qui al lockdown della primavera 2020, restituiscono la possibilità di rispecchiarci in una serie di limiti del modello di sviluppo del mondo occidentale cui apparteniamo, molto centrato sulle trimestrali di cassa e molto meno sulla fioritura umana.
Costretti a guardarci dentro, ci accorgiamo del grande bluff dell’individualismo esasperato su cui si basa(va) la civiltà (dell’induzione) dei bisogni (d’acquisto) compulsivi, all’insegna di un avere senza essere, per dirla con parole, dello stesso Fromm, di qualche anno dopo.
Non solo, di fronte alle sfide di portata epocale per la nostra casa comune, la terra, il cambiamento culturale necessario e i conseguenti atteggiamenti mentali improntati alla collaborazione emergono come architrave per andare nella direzione auspicata e per farlo nel minor tempo possibile, consci degli oltre 50 anni di inazione da quando si è accesa la spia.
Ciò che ho ricostruito è proprio questa coincidenza non casuale fra gli approcci e le sensibilità dei tanti cuori pulsanti della galassia di Farm Cultural Park, persone che esercitano con entusiamo e fiducia, in sé e negli altri, la difficile arte della costruzione di nuovi orizzonti di senso, in inglese: purpose, ragioni per cui valga la pena impegnarsi, spendere il proprio tempo, prendersi cura insieme di una porzione di quartiere, città, mondo.
L’I care della scuola di Barbiana è “il motto intraducibile dei giovani americani migliori – diceva Don Milani – Significa “Me ne importa, mi sta a cuore. È il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego“.


Se “Lo sviluppo dell’umanità dipende da un lato da una certa qual disponibilità al conformismo, ma dall’altro anche dalla volontà e dalla determinazione a non adeguarsi” – ancora Fromm -, allora quel che fa la differenza diventa la qualità della partecipazione culturale e politica, ossia la capacità di incanalare le energie e le contraddizioni di un momento storico dentro schemi di elaborazione collettiva che ci permettano di attraversare la crisi, il dolore, lo smarrimento come occasioni per metterci in discussione e imparare qualcosa di nuovo, diventando antifragili cioè, capaci di uscirne insieme e migliori. Prendendoci cura di noi e al tempo stesso degli altri, non solo di noi a scapito degli altri.
Cara Anna Maria, vengo a te adesso. Se ripenso al lavoro che hai, avete svolto in classe coi ragazzi, rileggo tutti questi fatti e li rimetto in sequenza, non posso che guardare con curiosità e interesse alle loro testimonianze personali, coraggiose condivisioni di un vissuto che diventa farmaco, cioè tentativo di prenderci cura della nostra mente, personale e collettiva, in un momento di dilagante fragilità.
Ogni contributo è essenziale. E se i tuoi, vostri studenti non si sono tirati indietro vuol dire che sei, siete riusciti a dare loro ascolto, a non giudicarli e a farli sentire protagonisti, perché il futuro è pieno di pagine bianche tutte da scrivere e spetterà a loro interpretarlo, prenderselo, dargli forma scegliendosi i giusti compagni di cimento.
Questa è una sfida che si gioca prima di tutto sul terreno dell’inclusione. Ora che dall’incertezza estrema ci spostiamo verso una nuova fase, febbrile, caotica, quella del rimbalzo economico fra strappi e nuove tensioni, in questo momento le disuguaglianze si inaspriscono perché le opportunità crescenti sono accessibili a chi è già in pole position.
Per questi motivi, cara Prof., mi sono fatto l’idea che la tua, vostra maniera di FARE scuola è stata per i ragazzi una palestra di sviluppo umano, coltivando spirito critico e seminando manutenzione democratica.
A te, a Francesco Gaglianese e al prof. Vitale va il mio ringraziamento per avermi coinvolto in questa edizione dopo aver seguito questo bel festival con interesse anche se da lontano da oltre un lustro. Agli studenti auguro di esprimere tutto il loro potenziale, scegliendo di dare il meglio di sé ostinatamente come hanno già dimostrato ampiamente di saper fare.
„Se si perde loro (i ragazzi più difficili) la scuola non è più scuola. É un ospedale che cura i sani e respinge i malati.“ (da “Lettera a una professoressa”, libro del 1967 scritto da alcuni ragazzi della scuola di Barbiana, sotto la supervisione di Don Lorenzo Milani, morto precocemente lo stesso anno all’età di soli 44 anni.

(NdC) Mail di Armando Vitale presidente di Associazione Gutenberg Calabria dell’11 novembre 2021 ore 13,22

 

Cari,
i miei ritardi sono imperdonabili. Scusate.
Ho finalmente letto i testi dello scambio fra Giancarlo Sciascia, Anna Maria e i suoi bravissimi allievi. Anna Maria è andata subito al cuore delle questioni. Il bel progetto e il libro di Giancarlo sono un formidabile “reagente” civico e culturale alla sfiducia depressiva da Covid, un rischio che adulti e giovani hanno sperimentato. “Fabbricare fiducia al tempo di Covid19 e oltre” consente di pensare la fase pandemica dentro una “prospettiva”. Non si tratta di suscitare banali ottimismi, ma sentimenti positivi, energie, intelligenza critica. Il libro e il vostro dialogo sollevano giustamente “interrogativi” indicando “possibilità”. Da vecchio lettore di Antonio Gramsci posso dire che la categoria della “possibilità”, di sperimentare soluzioni originali ai problemi posti da ogni epoca, è il cuore della sua straordinaria ricognizione teorica. Anzi, oggi si tende a sottolineare il suo intelligente “pragmatismo” rispetto ai dogmi dottrinari dei marxisti di varia ortodossia. La sottolineatura del “FARE”, motivato e orientato, mi sembra in questo quadro assai importante.
Le osservazioni dei ragazzi sono sincere e penetranti. Il dolore e la solitudine come passaggi e prove per ricostruire un senso di “Comunità”, di “interdipendenza” e di austera “fraternità, sono il lascito paradossalmente positivo di questa lunga fase pandemica che ha portato alla luce anche il fondo primitivo e barbarico di gruppi sociali e sigle politiche.
Giancarlo trae giustamente dal suo incontro con Gutenberg e i ragazzi una bella conferma del valore dell’operazione tentata col suo libro, un raro esemplare di “educazione alla cittadinanza”, come oggi si dice, che si pone come obiettivo il “risveglio” delle sensibilità e della disposizione all’ascolto degli Altri. Trovo provvidenziale il richiamo al pensiero di Erich Fromm, alla sua demistificante critica della civiltà dell’avere e dell’effimero benessere.
Pandemia ed emergenza climatica dicono che si è esaurito un lungo ciclo e bisogna perciò ripensare modelli produttivi e sociali, priorità e stili di vita. Come non condividere allora il ricorso all’I Care di Barbiana e l’invito a diventare “antifragili”, non in senso superomistico, ma nel quadro di nuove e forti solidarietà con gli Altri e i Diversi? É questo il senso profondo delle 18 edizioni di Progetto Gutenberg Fiera del libro. Giancarlo ha colto bene: abbiamo voluto e vogliamo coltivare “spirito critico” e fare “manutenzione democratica”. Speriamo e lavoriamo per garantire ancora lunga vita al nostro Progetto. L’augurio è che possa sempre incontrarsi con le idee e i percorsi interessanti di uomini e donne ricchi di pensiero come Giancarlo e Anna Maria.
Un saluto caro.

Dino Vitale

(NdC) Risposta del dr. Giancarlo Sciascia dell’11 novembre 2021 ore 16.04

Vi confesso che quello che ho appena letto è uno dei più bei riscontri che abbia mai ricevuto, grazie.
Questo libro mi ha riservato tante sorprese positive, l’esperienza con voi è stata non solo gratificante in sé, ma anche un tentativo, a questo punto senza dubbio riuscito, di rilanciare e interrogare ancora una volta il lascito di una iniziativa come quella dell’instant book. Oltre il testo e il pretesto della pandemia restiamo noi, il buon intuito di Francesco e i nuovi legami che nascono dalla condivisione e dall’ascolto attento.
Attendo il link per condividerlo di gusto. Spero che i ragazzi leggendoci e rispecchiandosi abbiano voglia di farlo loro commentando ulteriormente per completare quanto abbiamo iniziato. Rinnovo la mia amicizia per voi e il festival. Un caro saluto e a presto, mi auguro,
Giancarlo

(NdC) All’incontro del 26 maggio 2021 a Fiera Gutenberg 18 con il dr. Giancarlo Sciascia autore di “Fabbricare fiducia al tempo di Covid19 e oltre” hanno partecipato gli studenti dell’istituto Chimirri e dell’istituto Petrucci Ferraris Maresca di Catanzaro con le docenti Valeria Valenti e Anna Maria Reda. Condividiamo il link per accedere alla registrazione video dell’incontro.
Link video:

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