Mali comuni e “Pedagogia della sofferenza”

di Enza Pettinato

Devastazioni ambientali, riduzione di biodiversità, rischi di ricorrenti pandemie, ingiustizie, disuguaglianze sono i “mali comuni” che riguardano oggi ciascuno di noi e l’intero pianeta e che aggravano le sofferenze tradizionalmente patite dall’umanità. Tale realtà impone un radicale mutamento del nostro atteggiamento in direzione di comportamenti solidali e cooperativi; la messa in atto di una “Pedagogia della sofferenza” che ci faccia apprezzare la felicità di ogni essere vivente quale Bene terreno da perseguire, contro il Male che è l’indifferenza.

Queste le tesi sostenute dal filosofo Orlando Franceschelli nel suo ultimo libro edito da Donzelli, Nel tempo dei mali comuni. Per una pedagogia della sofferenza, discusso ieri nell’ambito del “GUTENBERG XIX Alfabeti del mondo nuovo” che si sta svolgendo in Calabria dal 23 al 28 maggio, in un animato dibattito cui hanno partecipato docenti e studenti del Liceo Classico “P. Galluppi” di Catanzaro e del Liceo Scientifico “L. Siciliani” della stessa città. Le questioni dell’ambiente e dei rischi legati anche ad un uso irresponsabile del progresso tecnico-scientifico sono per altro presenti da sempre nel Gutenberg, che le ripropone anche quest’anno declinate in vari testi.

L’individualismo, l’indifferenza, le rimozioni, addirittura il cinismo presenti nelle nostre società e il radicato antropocentrismo moderno non rischiano di far apparire la “Pedagogia della sofferenza” un progetto irrealizzabile, una nuova utopia? Lo sfruttamento delle risorse naturali ad opera di un capitalismo sempre più predatorio non appare irreversibile e senza alternative? Le nuove forme di sovranismo e di razzismo non dimostrano una inestirpabile tendenza “naturale” dell’uomo all’egoismo e al conflitto? Il ritirarsi nel virtuale e la fiducia nel “futurismo dei vincitori”, nelle promesse del tecno-ottimismo, non denunciano il rifiuto di confrontarsi con la sofferenza, con la finitudine e la morte? Queste alcune delle riflessioni e domande poste all’autore, che ha colpito per l’empatia e l’efficacia didattica della sua comunicazione e la sensibilità a cogliere le preoccupazioni per il futuro espresse specie dagli studenti. Il professore Franceschelli ha risposto a tutti “da filosofo”, rivendicando il ruolo che la “Buona Filosofia” offre nella ricerca del “modo in cui bisogna vivere”, della “saggezza” terrena che coniuga “pensare e fare, fare e pensare”, nell’emanciparsi da “superbe fole” antinaturalistiche e da ogni hubris antropocentrica, in nome della “eco-appartenenza”, di una Natura di cui anche noi siamo parte. Studioso di Karl Löwith, di Darwin e dell’evoluzionismo, al passo con i risultati più aggiornati delle scienze e profondo conoscitore del dibattito filosofico -come dimostra anche l’imponente bibliografia presente nel libro- Franceschelli ha ribadito che la sua pedagogia della sofferenza non è mossa da attese salvifiche, ma da una realistica analisi del presente -sempre guidata anche dal discernimento di bene e male- e anche sostenuta dai risultati dell’antropologia evoluzionistica, che attestano la presenza nella natura umana l’operare non solo di inclinazioni egoistico-acquisitive, ma anche di condotte altruistiche e solidali, di inclinazioni al bene.

Tutto il libro, d’altra parte, risulta attraversato dall’inquietudine del possibile, dal senso dei limiti e della fragilità dell’uomo, dalla convinzione forte che della sofferenza “non c’è redenzione”, dalla consapevolezza che l’impegno pedagogico proposto non è semplice, perché non sorretto da alcuna garanzia religiosa o finalismo storico, ma unicamente affidato a virtù terrene, alla responsabilità individuale e collettiva.

Realismo e disincanto, dunque, ma anche rifiuto di arrendersi ai mali odierni e tensione a costruire una “cittadinanza filosofica”, una “cittadinanza solidale”.      

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